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Sicilianismi: Perché si dice ‘arancina’ (ed è solo al burro)

di Roberto Puglisi

Quando ancora Palermo era una città, c’era una bar, in una piazza con molti alberi, famoso per quei pezzi che gli infedeli chiamano arancini. Da I Love Sicilia in edicola.

Ognuno comincia il suo discorso col sapore da bambino. Sapore, non gusto. Il secondo, infatti, appartiene all’attimo fuggente. Il primo appartiene alla memoria, al ricordo, all’amore: dunque all’immortalità. Da bambino, ognuno inizia la sua relazione speciale con un sapore. Quello. E fu subito l’arancina al burro.

Quando ancora Palermo era una città, c’era una bar, in una piazza con molti alberi, famoso per quei pezzi che gli infedeli chiamano arancini. La domenica facevo colazione con cinque arancine al burro. Nonna Caterina si muoveva all’alba, dalla sua casa con i gerani su un balcone appena accarezzato dal sole. Andava a comprarle, le impacchettava, quindi, una volta tornata, le dis-impacchettava con le mosse sacre di un rito antico e misterioso. Avevo otto anni, ma già comprendevo il valore religioso dell’evento. Era un comandamento dell’abbondanza. Nonna Tina (era questo il suo vezzeggiativo) aveva sofferto la fame durante la guerra. Sarà stato per questo che bastava aprire il suo frigorifero per venire sommersi dal vettovagliamento di un esercito pronto a sostenere un lungo assedio, tra chili di insaccati e quintali di formaggi che si catapultavano sul fortunato scassinatore.

Né mancava mai il celebre budino al cioccolato domestico che assaporavo alla stregua di un dessert al termine della parca colazione. Le arancine di quel bar della piazza con molti alberi erano assimilabili alla musica di Mozart. Gli ingredienti si equilibravano nell’esecuzione delle papille che li accoglievano. Il riso, mai bollito, né crudo. Il prosciutto cotto tagliato a dadini col rigore di una sezione di archi. La cucitura del formaggio e del burro che effondeva la sua percussione tra i chicchi.

(nota intermedia per gli specialisti: leggo ogni tanto di dispute talebane sull’arancina. Se essa debba conformarsi alla consuetudine di chi la preferisce alla carne, oppure veleggiare verso gli spiriti liberi che la intendono solo al burro. E dalla premessa si sarà già capito con chi sto. L’arancina è al burro. Possiamo tollerare gli appassionati del surrogato alla carne ed evitare di rinchiuderli in una patria galera, perché noi burristi siamo moderati, democratici e affettuosi, purché i carnisti non abusino della nostra pazienza).

Ognuno comincia da bambino il suo cammino verso la felicità. Io ho imparato che la tenerezza, compagna della gioia, coincide con la memoria, dunque col sapore. Potete provare, se non ci credete. Assaggiate il cibo che amavate e che non avete mai smesso di amare. Fatelo con gli occhi socchiusi; vedrete tutti quanti di nuovo accanto a voi. A me capita sempre così; anche se non ci sono più le arancine di una volta mi faccio bastare i sogni che ho. Impacchetto, porto a casa, svolgo la confezione, annuso, addento. E i miei occhi – senza che abbia espresso nemmeno un desiderio al genio della lampada – salgono sulla macchina del tempo. Rivedo Nonna Tina sul balcone, tra i suoi gerani, con un po’ di sole. La ritrovo proprio lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se lei potesse aspettarmi ancora.

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