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Far finta di essere “stranii”. Sull’identità e il diritto di critica a Trappeto

Ripartire dall'attenzione agli spazi ed a ciò che circonda i nostri luoghi provando a soffocare i - tanti - vuoti della testa sarebbe un impegno di buoni propositi, non trova, signor Sindaco?


Correva l’anno delle elezioni 2017 quando da Piazza Municipio l’allegra macchina da guerra cosentiniana faceva ironia sul nome elettorale dell’allora sindaco uscente di Trappeto Pino Vitale. «Come si può – si chiedeva il parlatore – fare una lista con un bagherese e due palermitani e chiamarla “Trappetesi”?». Quesiti da campagna elettorale, certo, domande volte più a lanciare frecce di discredito verso l’avversario, ma il dubbio – a tre anni da quell’animata tornata elettorale – rimane, scorie ancora tossiche che lasciano attoniti nella forma e nelle convinzione con cui vengono esposti pensieri del tutto sprovvisti di contenuti.

Far finta di essere “stranii” per farsi meno male ed accettare con più filosofia parole vuote, prive di intelligenza e figlie di una dialettica asessuata ed inconsapevole? Un confino fatto di estranei, di “altri” e di stranieri, di gente a cui non è concessa voce perchè la guerra dei cinque anni va portava avanti fino in fondo, gente troppo spesso vilipesa con parole da bar a sproloqui vili, gente a cui siamo onorati di dare spazio consci dell’importanza di sbilanciarsi, di prendere parte innanzi a battaglie di civiltà.

Tornando a fatti di estrema attualità, puo’ un’associazione che da anni si spende per la tutela dell’ambiente nell’area del Golfo di Castellammare e – più specificatamente – nel trappetese essere bistrattata da un sindaco che caccia indietro il suo presidente, rimandandolo – nelle intenzioni – a risolvere i problemi della vicina Partinico? La pochezza di simili scempiaggini lascia poco all’arbitrio interpretativo e, piuttosto, pone gli accenti su argomenti di carattere sociale.

Accade a Trappeto, accade per bocca di Santo Cosentino, uno caparbio, tenace, di coccio, deciso a fare una storia nuova ignaro di essere – fin qui – fautore della stessa identica storia andata avanti per anni in una Trappeto dove il dovere di rappresentanza viene facilmente scambiato come diritto ad incarnare un pensiero solo, un’unica ed indiscutibile visione del mondo, dell’urbanistica così come dell’economia, chiusi all’altro così come nel più impenetrabile degli eremi, pregni di un autismo politico che fa paura.

Eppure sembra di sentire ancora i toni di giubilo con cui il nuovo-vecchio ciclo di consiglieri e assessori di Cosentino festeggiava la scomparsa dell’ancien régime nel giugno del 2017, ovvero i rappresentanti di quelle famiglie trappetesi che al pari delle tribù libiche da sempre giocano un ruolo fondamentale in quella che è l’elezione del nuovo sindaco. La competenza al potere, questo emergeva dal macchinoso linguaggio con cui qualcuno si “vaviava” appena tre anni fa, un tempo irrisorio da cui sembrano essere passati secoli, un tempo in cui sono mutati gli assetti e si sono ridimensionate le intenzioni, tempo in cui gli amministratori di Trappeto – presi da una visione propria della storia – hanno preferito sposare la promiscuità indossando le vesti cangianti di chi è buono per tutte le stagioni al pari di quella politica che dicevano di aver deposto e di cui sono sempre pronti a denunciare il ritorno.

Ma davvero quello trappetese è un mondo a parte dove chi entra nel palazzo comunale viene investito da un turbinio di superpotenza che manco l’Ecce Homo di Nietzsche? Come puo’ un sindaco parlare per nome e per conto della sua gente anche dinanzi ad una manifestazione di democratica opposizione a scelte di riassetto urbanistico che sembrano fatte nell’intento esclusivo di captare un finanziamento?

Carne in pasto ai leoni, le elezioni si avvicinano del resto e Cosentino – che pare sia persuaso dal pensiero stupendo di ricandidarsi – il parco giochi l’ha promesso in campagna elettorale, dunque il cantiere non è che un punto di un programma, un lavoro commissionato in due dimensioni ai tecnici del Comune senza troppi fronzoli o attenzioni per ciò che esiste e che – di conseguenza – diventa parte integrante di un luogo, apparentemente insensibili all’identità urbana nel nome di un qualcosa che odora di nuovo e che solo per questo è appetibile addentro alla dimensione lenta di Trappeto.

Scomodando Santi di ben più pregiata fattura , è bene prendere a prestito le parole di Oscar Niemeyer, architetto, intellettuale, tra le massime figure che hanno sposato l’utilitarismo dell’architettura, un uomo che -per intenderci – ha firmato la nascita di Brasilia, capitale politica del Brasile: “L’architettura può avere una funzione politica, proprio perché si occupa dell’uomo e della sua maniera di vivere.”

Sembra dunque che a Trappeto valga la regola dei contrari, un’avversità di fondo ad una visione virtuosa del mondo, vive – forse – questo paese dello specchio riflesso della magniloquenza posticcia dei sui rappresentanti al palazzo comunale che hanno briga e faccia tosta e dell’azzardo non conoscono che la spudorata verve con cui attaccano trasversalmente ogni avamposto di critica, ogni invito a rivedere – certo in chiave sempre positiva – volontà che stridono, che fanno male. Come puo’ un Sindaco che non è stato presente alla manifestazione di protesta contro la rimozione del verde pubblico tra le vie Trento e Sanzio dire che nessun trappetese ha sposato quella causa? Chi puo’ avergli riferito informazioni simili? E seppure non vi fosse grande partecipazione di indigeni, la presenza di un solo cittadino di Trappeto (molti di più di uno erano presenti a dire il vero) avrebbe dovuto intimare cautela in quello che è ormai un linguaggio cosentiniano conosciuto a tutti: totalitario, poco avvezzo ai confronti che non abbiano il fine ultimo di avvicinarsi alle sue posizioni e per niente capace accettare l’opinione come elemento costruttivo e non come attentato al suo smisurato ego.

Puo’, in definitiva, un sindaco continuare a fare scudo alle sue scelte ponendole finanche al di sopra di Dio? Il male di Trappeto è ormai saldo, affonda con radici ferme dentro al tessuto sociale, si diffonde attraverso i linfonodi della vigliaccheria, delle parole dette con intento di scontro tra le parti, delle maldicenze volte a distorcere lo sguardo dall’aspetto concettuale della critica. Agli operai qualcuno dirà che l’intenzione ultima delle proteste ambientaliste è quella di bloccare i lavori facendo perno sulle tensioni di gente onesta che ha atteso questo cantiere per mesi, si sposterà il focus del problema sulle radici di un albero che danneggia le abitazioni circostanti, saranno avanzate supposizioni di ogni genere ma sempre a difesa di scelte che non si vogliono mettere in discussione perchè così hanno fatto i nostri padri, dunque è giusto esperimentare la stessa scienza anche se l’intenzione è quella di cambiare rotta, di fare la storia, di regalare a Trappeto volto nuovo.

Peccato, dopo il turbine che ha portato alla manifestazione del 19 gennaio si avvertiva quasi la percezione di una lingua diversa, meno avversa, meno esclusiva. in apparente contrasto ad un 2020 ricco di scivoloni epici: dal fascismo nella calza alle avventure di un assessore che si estingue a piacimento la sua carica dinanzi alle responsabilità. Stia pur certo il Sindaco di Trappeto, che l’impegno di lotta ambientale non riguarda l’egocentrismo dei singoli ma il bene di ogni cittadino, si onori Cosentino di ospitare – in quello che è bene ricordargli non è il suo play ground personale – associazioni che tengono vivo il fuoco della legalità, non si permetta – facendosi scudo di un tricolore di pezza a scadenza quinquennale – di cacciare via una sola persona che si batte per valori che appartengono a tutti.

“L’opera non è soltanto l’oggetto, ma anche quello che lo circonda e i vuoti, gli spazi.” scrive Niemeyer, ripartire dall’attenzione agli spazi ed a ciò che circonda i nostri luoghi provando a soffocare i – tanti – vuoti della testa sarebbe un impegno di buoni propositi, non trova, signor Sindaco?

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