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“I docenti non sono carne da macello”, la lettera del prof. Giuseppe Curcurù al Ministro Azzolina e ai colleghi

Curcurù, balestratese e professore di Matematica e Fisica presso il Liceo Scientifico "G. Ferro" di Alcamo, racconta le criticità ed i pericoli delle scuole aperte in un tempo di grande diffusione del covid-19.


Come vivono i docenti l’insegnamento in un tempo precario come quello contaminato dallo spettro del covid-19? Lo spiega, in una lettera indirizzata al Ministero dell’Istruzione ed ai colleghi professori. Curcurù, balestratese e professore di Matematica e Fisica presso il Liceo Scientifico “G. Ferro” di Alcamo, racconta le criticità ed i pericoli  delle scuole aperte in un tempo di grande diffusione del covid-19: “Cosa siamo per lo Stato? Gli “ammortizzatori sociali” di un Paese che arranca? I sostituti delle famiglie assenti e non collaboranti? I custodi dei “parcheggi non abusivi” di esseri umani?”  si chiede Curcurù rivisitando, certo in chiave attuale, il racconto “Il padrone ed il lavoratore” di Tolstoj, un j’accuse lucido che espone lo stato d’animo ed il profondo timore di una categoria quasi costretta verso il fronte di una battaglia subdola e pericolosa. Di seguito il messaggio del prof. Giuseppe Curcurù.

«Carissimo Ministro, carissimi colleghi,
fieri di rappresentare l’istituzione per eccellenza, sua Maestà la Scuola, il contenitore del futuro del nostro Paese, la palestra delle idee, la chiesa laica del libero pensiero, ci apprestiamo a diventare anche il Sacrificio umano di un  paese che, da un ventennio, ha rivolto lo sguardo altrove, dalla Politica intenta a coltivare i mercati alle famiglie immerse nella routine della non sempre facile quotidianità!

Oggi, in tempo di pandemia, sono emerse tutte le falle politiche, le gravi omissioni di chi ha pensato a questa istituzione privilegiata con la stessa attenzione di un perfido padrone ingannatore. Mi piace raccontarvi la storia possibile del prof. Nikita, il nome del lavoratore del racconto “Il padrone ed il lavorante” di Lev Tolstoj.

Il prof. Nikita insegna la disciplina di chi legge nella scuola dello stesso lettore. Gli hanno assegnato quattro classi. La sua scuola ha osservato meticolosamente il protocollo sicurezza, a garanzia di tutto il personale che vi opera: anche più di un metro tra le rime buccali degli alunni, oltre due metri (ove possibile) tra cattedra e prima fila di banchi, dispositivi per l’igienizzazione delle mani collocati in ogni dove, uscite ed ingressi differenziati per evitare assembramenti, uso sistematico della mascherina. Insomma, la scuola del prof. Nikita è sicura.

Un alunno del professore è risultato positivo al Covid-19. Avrà partecipato a qualche festa senza protezione, avrà usato un affollatissimo mezzo pubblico, avrà genitori “negazionisti”, “complottisti”. Non è dato sapere. Il risultato non cambia. L’intera classe, insieme all’intero consiglio di classe, vengono messi in quarantena. L’ASP di riferimento applica il protocollo. Nikita passa 14 giorni in isolamento, fa due tamponi e, sicuro di avere sempre osservato quanto previsto, comincia a provare un sottile senso di inquietudine ed insofferenza per una incomprensibile quanto legittima decisione.

Finalmente, dopo due settimane, si ritorna alla apparente normalità di questo tempo. Purtroppo, dura poco. In un’altra classe, uno studente pendolare, figlio di genitori attenti e scrupolosi, comincia ad avere qualche linea di febbre. Si attiva immediatamente il protocollo. Risulta positivo. Probabilmente, ha contratto il virus sul mezzo pubblico. Inizia un nuovo calvario: tutti dentro!

Il prof. Nikita ritorna in isolamento, ancora 14 giorni di prigionia, due tamponi, qualche disturbo del sonno, inquietudine galoppante, senso di impotenza. Il medico di famiglia consiglia qualche blando calmante.
Comincia a strutturarsi un pensiero ossessivo. Nelle notti insonni, il professor Nikita riflette su un macroscopico paradosso logico: la scuola è sicura fino a quando nessuno si ammala! Un solo caso e, malgrado i dispositivi di protezione, malgrado il distanziamento, tutti subiscono la stessa sorte.

Va bene, si diceva, i provvedimenti non azzerano il rischio, ma il tema è un altro.

Cosa siamo per lo Stato? Gli “ammortizzatori sociali” di un Paese che arranca? I sostituti delle famiglie assenti e non collaboranti? I custodi dei “parcheggi non abusivi” di esseri umani? Come mai si parla solo di famiglie ed alunni e non di docenti? Basta un grazie ed un generico riferimento alla “missione” sociale? Quante volte andrò in quarantena quest’anno? I protocolli sono applicati in modo corretto? Quante volte andrò in quarantena? Avrò diritto ad una vita normale? Sono libero? Queste le domande-mantra, ossessioni del prof. Nikita.

“Vasilij pagava a Nikita non gli ottanta rubli che si sarebbero toccati per il suo lavoro, ma quaranta rubli […]”, inclusi gli eventuali turni pomeridiani, i disagi per le rispettive famiglie e quanto altro necessario a chiarire un concetto: siete carne da macello!

Solo alla fine, tardi, Vasilij toglie la neve che ricopriva Nikita e “si distende su di lui coprendolo non soltanto con la sua pelliccia, ma con tutto il suo corpo caldo”[….], “… ormai non pensava né alle sue gambe né alle sue mani, ma soltanto a scaldare il meglio possibile il suo muzik che gli giaceva sotto”.»

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